Le “fake news”, notizie false, adulterate, manipolate, ingannevoli, offensive, diffamanti, a volte chiamate, con termine eufemistico, “post-verità”, quasi a suggerire subliminarmente il sospetto che potrebbe trattarsi non di notizie fittizie ma di informazioni veritiere in futuro, possono colpire chiunque ed indiscriminatamente, sia esso una star dello spettacolo come un uomo politico, un imprenditore come un semplice cittadino, senza mediazioni di nessun tipo e spesso coperte dall’anonimato.

 Che esse costituiscano ormai un fenomeno di rilevanza planetaria, frutto anch’esso della globalizzazione,  su cui è necessario porre rimedio al più presto prima che la società entri in una spirale di lesioni ai principi primari di civiltà è ormai un fatto acquisito nella coscienza collettiva.

Intendiamoci: il mancato rispetto della verità non è certo una invenzione di oggi ne è addebitabile in via esclusiva alla rivoluzione digitale in cui siamo immersi -ed esposti- e che pur ha apportato indiscutibili opportunità alla comunicazione ed alla vita di relazione. La differenza -e la gravità- consiste però nella peculiarità delle nuove forme comunicative, specialmente quelle via internet, dal web a face book, dalle chat ai social network.  Queste infatti, superando i limiti del tempo e dello spazio e contando sull’immediatezza della immissione nel sistema informativo, su una straordinaria velocità di diffusione, sulla assoluta disintermediazione (ciascuno può diventare da consumatore a produttore  immettendo in rete informazioni incontrollate mentre l’utente si trasforma progressivamente in un follower a cui è richiesto soltanto di cliccare un “like” su valori e concetti già condivisi, in un circolo vizioso dove vale più il processo di “narrazione” di un mondo desiderato che l’esigenza di  verità) e sulla permanenza pressoché perpetua in rete della notizia illecita anche se in seguita smentita, diventano, in un mondo iper-connesso ed iper-informato, strumenti di lotta politica o di conflitti d’interesse tra lobbies multinazionali come fattori di rischio per la reputazione delle persone e per la privacy su scala non più territorialmente limitata e cronologicamente contenuta ma universale e senza scadenza. Diventano, come si suol dire con termine più aggiornato, “virali”.

E’ dunque urgente predisporre strumenti giuridici adeguati a contrastare comportamenti configurabili come vere e proprie fattispecie di reato che restano sostanzialmente impunite poiché  rispetto ad esse il mondo virtuale, in particolare i provider trans-nazionali e le grandi piattaforme telematiche, si comporta come un soggetto “legibus solutus” insofferente a strutture di vigilanza e che non vuole riconoscere né accettare le medesime garanzie di legge che si hanno nel mondo reale.

La “terza ondata” di cui parla Alvin Toffler ha generato diverse innovazioni che hanno progressivamente modificato il nostro rapporto con la comunicazione e di fronte alle quali  le normative si sono troppo spesso rivelate insufficienti e inadeguate. Si pensi al rapporto cinema/televisione creato dalla liberalizzazione dell’etere, a metà degli Anni Settanta, con il conseguente proliferare delle emittenti private e la fine del monopolio del sistema pubblico; all’introduzione dei mezzi di registrazione che hanno causato il fenomeno della pirateria audiovisiva, la crisi della produzione cinematografica e dell’editoria ed il crollo dell’industria discografica. Le forme attuali dell’informazione in rete hanno però amplificato in misura esponenziale di processi e clamori mediatici già utilizzati dalla carta stampata con effetti ancor più devastanti ed irreversibili che rimettono in discussione principi cardine come l’obiettività e l’imparzialità dell’informazione e la tutela contro le indebite intromissioni nel diritto inalienabile della riservatezza.

A porre rimedio alle fin troppo evidenti carenze della normativa esistente e riflettere sulla improrogabile necessità  del suo aggiornamento giunge il bel libro di Alessandra B. Fossati in collaborazione con Massimo Di Muro e a cura di Alessandro Munari, La diffamazione tra media nuovi e tradizionali, uno dei primi studi organici sul problema, esemplare per chiarezza e documentazione e centrato sulla considerazione che, pur in assenza di un apparato giuridico specifico, norme adeguate già esistono e che basterebbe applicale con più decisione individuando appropriatamente i soggetti coinvolti, le loro responsabilità e le connesse procedure risarcitorie.

Come scrive l’avvocato Munari, promotore di questa importante impresa editoriale, nella sua prefazione, “la ricchezza e l’attualità dei materiali arricchiscono, in particolare, la parte dell’elaborato dedicata ai nuovi media con riferimento ai quali ancora manca un intervento legislativo ad hoc e più incerti sono i confini del diritto all’informazione. Attraverso un calibrato equilibrio di cultura giuridica e di casi pratici, l’opera -prosegue Munari- approfondisce il delicato tema della libertà di manifestazione del pensiero in tutte le sue declinazioni, curandosi di analizzarne l’evoluzione e i cambiamenti fisiologici alle continue trasformazioni sociali, etiche e tecnologiche dei media, della comunicazione e dell’informazione in generale”.

Il volume si struttura in sette capitoli: Il diritto all’informazione tra art.21 Cost. e art. 10 Cedu; Il reato di diffamazione; Il diritto di cronaca; Il diritto di critica; La satira; La diffamazione, Internet e i nuovi strumenti di comunicazione; I profili risarcitori e riparatori: Danno da diffamazione.

La lettura attenta di quest’opera veramente, scritta in modo pregevolmente comprensibile nonostante la tecnicità intrinseca dell’argomento, permette il formarsi sia di una educazione alla legalità di chi l’informazione la riceve sia di una coscienza etica e deontologica di chi invece l’informazione la svolge per mestiere e professione.

Alessandra B. Fossati
La diffamazione tra media nuovi e tradizionali
a cura di Alessandro Munari
MCP Munari Cavani Publishing, Milano, 2017.

di VITTORIO GIACCI

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